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Il toscano Domenico Giuliotti (1877- 1956) è uno degli scrittori illustri e dimenticati della letteratura italiana del Novecento: poeta, saggista, polemista, scrisse versi propri e curò l’edizione critica delle Rime di Cecco Angiolieri e studi su Jacopone da Todi, François Villon e Joseph de Maistre, del quale tradusse e pubblicò un’antologia di scritti; fu stretto collaboratore di Giovanni Papini, con cui realizzò il Dizionario dell’omo salvatico (cioè l’uomo cristiano che non si è lasciato “civilizzare” dall’Umanesimo, dal Rinascimento, dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione: in una parola, dalla modernità).

Fiorella Nash, scrittrice e ricercatrice della Society for the Protection of Unborn Children di Londra è una femminista prolife. Nel suo libro L’abolizione della donna. Come il femminismo radicale tradisce le donne, trae spunto dalle modalità di comunicazione del femminismo odierno per sviscerare e analizzare pratiche disumane come i delitti d’onore, il fenomeno delle spose bambine, il «gendericidio» infantile, il controllo delle nascite e la mortalità materna in prossimità del parto.

Nel 1943, Clive S. Lewis (1898-1943) pubblicò L’abolizione dell’uomo. La negazione del diritto naturale e di valori oggettivi – argomentava in quest’opera il futuro creatore delle Cronache di Narnia – avrebbe avuto conseguenze disastrose per l’umanità. Nel 2018 la scrittrice Fiorella Nash ha pubblicato L’abolizione della donna, e l’assonanza dei titoli non è casuale. La tesi centrale del suo libro, uscito in Italia poche settimane fa grazie alla D’Ettoris Editori di Crotone, è che esiste un femminismo radicalizzato e intollerante incapace di riconoscere dignità e diritto di espressione a voci femminili che non si riconoscono in qualcuno dei suoi imperativi

Sono domande che prima o poi ci facciamo tutti: "Chi sono? Da dove vengo? Perché il male? Che cosa ci sarà dopo questa vita?". Hanno interrogato gli uomini di ogni cultura e di ogni tempo perché sono iscritte nel nostro dna. Se allora siamo alla ricerca della guida migliore per rispondervi, il nome che raccoglie più consensi da quasi ottocento anni è uno solo: Tommaso d'Aquino (1225- 1274)

Un cattolico “malpensante” in un epoca di apostasia e rivoluzione: Domenico Giuliotti (1877-1956). «Mentre la Torre (simbolo di potenza, regalità e di dirittura) si eleva, giudicatrice e punitrice, sull’imbestiamento del secolo, noi, che in pieno contagio futuristico abbiamo avuto l’animo di innalzarla, ci professiamo, a scandalo degli stolti, reazionari e cattolici. Reazionari, invochiamo e propugniamo a viso aperto, contro i figuri demagogici, la necessità del boia; cattolici, mentre le monarchie vacillano, difendiamo la Chiesa. Perciò la nostra fede non è un inginocchiatoio, ma un coltello. La tolleranza è indifferenza: chi crede vuole che gli altri credano. Noi siamo intolleranti»1 . Queste parole che aprono il primo numero della rivista La Torre nel 1913 scuotono il mondo letterario italiano e non solo letterario.

Il fine del saggio di Vost è di «fornire al lettore una sintesi semplice e speditamente leggibile della più grande opera di san Tommaso» (p. 24), la Somma teologica, «una sintesi ineguagliabile delle Scritture, della sapienza filosofica degli antichi e delle intuizioni patristiche della Chiesa latina e greca prima di lui» (p. 21), nella forma di «piccole e accessibili dosi di rivitalizzante sapienza e di dottrina, da godersi pochi minuti alla volta» (p. 24).

Negli ultimi giorni sui social network non si fa altro che par- ' lare di un dramma epocale, una tragedia che sembra rappresentare il vero, grande problema delle donne italiane del terzo millennio: il catcalling, ovvero intende il vizio un po' machista di fischiare alle donne che passano per strada.

 

A volte c'è bisogno degli incendiari. Delle voci roventi che ricordano la necessità, in certi momenti, di portare la spada. Voci di opposizione radicale, poderosi antidoti alle fedi tiepide e alle idee molli.

Per unire l'umanità, gli insegnerebbe Thibon, non serve gettare ponti ma innalzare scale; «chi non è salito fino a Dio non ha mai. incontrato un fratello». Thibon è un autore sconosciuto ai più. Di lui uscirono mezzo secolo fa in Italia un paio di libri con l'editore Volpe, Ritorno al reale e Diagnosi, e qualche opera minore.

Una donna prova a sopravvivere alla morte di suo marito fuggendo da New York e trasferendosi a Firenze, dove ha vissuto quando era bambina. Dall'altra parte del mondo si porta dietro il dolore della perdita, il lutto, una fede nuziale che non toglie dall'anulare, un manoscritto che ripercorre la sua storia d'amore, ma anche la vita che continua come deve, come può.

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